A Belluno si vive bene, o si muore provandoci

La classifica delle province per qualità della vita premia Belluno, da anni stabilmente nella top 10. L’indagine misura ricchezza e consumi, lavoro, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, demografia e cultura. E anche, da quest’anno, acquisti online, gap retributivo di genere, spesa in farmaci, consumo di suolo, anni di studio degli over 25 e indice della litigiosità nei tribunali. Calcolando la media di queste sotto-classifiche, la provincia veneta guarda tutti dall’alto in basso. Insomma, la 28esima edizione dell’indagine annuale del Sole 24 Ore dice una cosa: a Belluno si vive bene.

 

Si vive talmente bene che i cittadini con problemi piccoli e grandi non ci pensano neanche ad abbandonare la loro terra per cercare fortuna altrove: consapevoli di trovarsi già nel luogo migliore possibile, decidono direttamente di togliersi la vita. Già: Belluno domina anche un’altra classifica, quella dei suicidi. L’ultimo dato disponibile è quello fornito dall’Istat nel 2012, che innalza Belluno ai primi posti tra tutte le province italiane e al primo in assoluto in Veneto. Sono 11,7 i suicidi ogni 100mila abitanti, quasi il doppio dei 6,5 del Veneto.

Auronzo di Cadore (BL)

Sarà un caso che la città con la qualità della vita più alta sia anche quella dove avvengono più suicidi? Quel che è certo è che Belluno naviga tra i primi posti in quasi tutte le sotto-classifiche del Sole 24 Ore. Eccetto la categoria Cultura e Tempo Libero, dove occupa un mediocre 63esimo posto. Quindi va bene il lavoro, ok la giustizia e l’ambiente, bella la ricchezza e i consumi che permette di realizzare, fantastico essere forti in sicurezza e demografia. Ma una vita senza tempo libero né valvole di sfogo è degna di essere vissuta? Alcuni bellunesi, se potessero, risponderebbero di no.

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Come guadagnare 150 milioni di euro con dieci pizze

Il bitcoin rappresenta la moda del momento. La celebre criptovaluta ha raggiunto un valore talmente alto da essere considerata da molti una bolla speculativa destinata a scoppiare. Ideata a fine 2009 da Satoshi Nakamoto, pseudonimo che ancora cela l’identità di uno sconosciuto, ha cominciato a essere scambiata all’inizio del 2010. In sei anni e mezzo la valuta elettronica ha subito una lenta evoluzione, ma negli ultimi dodici mesi il grafico del suo valore è cresciuto in modo tanto esponenziale da far credere a molti che sia in procinto di esplodere, lasciando gli investitori con null’altro che carta straccia. Tuttavia al momento non si vede un orizzonte ben definito: il bitcoin potrebbe scoppiare domani mattina, come potrebbe crescere ancora per mesi, se non per anni.

Tralasciando le previsioni sul futuro, quanto ha guadagnato chi, nel lontano 2010, ha avuto l’intuizione, o la fortuna, di comprare cento di euro in bitcoin? In questo momento un bitcoin vale 3.654€. Una cifra enorme se si pensa che il primo ottobre 2015, quindi appena due anni fa, valeva 286,50€, ovvero 12 volte di meno. Per sapere quanto valessero alle origini, si deve riprendere un aneddoto diventato famoso tanto da essere celebrato dai cultori della criptomoneta durante Bitcoin Pizza Day, che cade il 22 maggio di ogni anno. L’evento deve la sua fama al 22 maggio del 2010, quando un programmatore di nome Laszlo Hanyecz spese 10.000 bitcoin per due pizze della catena Papa John’s. Hanyecz credeva che le monete che aveva generato (la peculiarità dei bitcoin è proprio che ognuno può contribuire a crearne un po’) valessero circa 0,003$ l’una, o, considerando il cambio di quel tempo, 0,0023€. Le pizze, costate poco più di dieci euro l’una, hanno impedito a Hanyecz di diventare molto, molto ricco, ma quanto precisamente?

Facendo due calcoli veloci, nel 2010 con cento euro si potevano comprare 43.478 bitcoin. Chiunque avesse avuto l’ardire di “buttare” cento euro in una criptovaluta sconosciuta senza la possibilità di prevederne lo sviluppo, anziché in dieci pizze di Papa John’s, adesso si ritroverebbe con un tesoro elettronico del valore di, all’incirca, 150.000.000 di euro. E ora starebbe così. Se qualcuno inventasse una macchina del tempo, il consiglio è di indirizzare il primo viaggio verso il 22 maggio del 2010. E ricordatevi di portare le pizze.

Politicani, gli animali in Parlamento

Un parlamento pieno di cani. È questo il sogno di Michela Vittoria Brambilla, che presentando a Libero il suo Movimento Animalista Italiano ha detto che “sarebbe una rivoluzione candidare un animale nella nostra lista”. Al di là di facili battute sulla possibilità che qualche animale in parlamento ci sia già, potrebbe la visione dell’onorevole Brambilla avere un futuro? La celebre massima con cui Aristotele definiva l’uomo un animale politico è sicuramente ancora attuale. Ne sono testimoni i nostri media, con il vasto spazio che dedicano alla politica estera e a quella nostrana, dai tweet di Trump ai razzi di Kim, dallo ius soli temperato alle infinite frammentazioni del Pd. L’uomo è e sarà sempre un animale politico.

Ma, ormai, non solo lui. I tempi cambiano e, per stare al passo con loro, bisogna comprendere che ciò che una volta riguardava l’uomo e l’uomo soltanto, oggi coinvolge anche i nostri amici animali: la modernità avanza e chi resta indietro ne sarà escluso. Certo, ci sarà ancora qualche nostalgico convinto che chi non ha il pollice opponibile non possa fare il politico, ma sarà presto schiacciato da una montagna di bau. O di miao: Stubbs, che purtroppo è venuto a mancare durante la scorsa estate, era il sindaco di Talkeetna, in Alaska. In carica per quasi vent’anni, è stato uno degli amministratori più amati di sempre. Consenso che si è guadagnato senza mai attuare campagne elettorali faraoniche, ma semplicemente facendo quello che gli riusciva meglio: le fusa. Già, perché Stubbs era un enorme gattone rosso che fu eletto sindaco onorario nel 1997, quando aveva pochi mesi di vita. Ora che se n’è andato, la carica potrebbe essere ereditata dalla sua sorellina, che, fanno sapere da Talkeetna, è cresciuta seguendo le orme del celebre parente.

Perciò, senza tornare al nobile esempio di Incitatus, il cavallo che l’imperatore romano Caligola voleva nominare senatore pochi decenni dopo la nascita di Cristo, gli animali possono avere rappresentanti nel parlamento italiano. Non è lontano il giorno in cui la politica delle chiacchiere finirà, grazie dell’incapacità dei futuri politici di proferire parola. E non è lontano il giorno in cui i tanto odiati vitalizi saranno erogati in croccantini, con grandi benefici per le casse dello Stato.

La tecnologia dei Bitcoin dentro le app di pagamento

La fine delle commissioni sui pagamenti. La creazione di un mondo interconnesso in cui trasferire soldi sarà semplice come inviare una foto, usando un dito e uno smartphone. Sono questi i due fari che seguono le applicazioni mobili di pagamento istantaneo, cresciute negli ultimi anni al ritmo dell’800% di consumatori europee in più ogni dodici mesi. Circle Pay è la più nuova di queste e, udite udite, sfrutta il sistema della Blockchain.

Circle Pay è nata dalla volontà di Jeremy Allaire, ceo della società, di semplificare, rendere gratuiti e accessibili a chiunque gli spostamenti di denaro in tutto il pianeta. “Quando l’app è nata – ricorda Allaire – avevamo l’idea di creare un business globale a favore dei consumatori, attraverso un prodotto gratuito globale che funzionasse ovunque come gli altri servizi Internet”. La rivoluzione dei pagamenti passa quindi per la loro disintermediazione. Esattamente come sono le e-mail, le foto e i video, che passano da un cellulare all’altro in modo diretto. Avendo l’obiettivo di sostituire le attuali transazioni finanziarie mediate dalle banche, le app mobili hanno dovuto lavorare molto per garantire la sicurezza delle operazioni. Per farlo, Circle Pay si basa sulla Blockchain.

Elaborata nel 2008 da Satoshi Nakamoto (probabilmente uno pseudonimo), la Blockchain è lo strumento che fa funzionare i BitCoin. Permette di avere una transazione finanziaria p2p (person to person) senza bisogno di intermediario, in quanto essa stessa è la garanzia di rispettabilità dell’operazione. Immaginate di andare in edicola a comprare un giornale: voi date 1,50€ all’edicolante e lui vi dà una copia del Corriere. L’euro e mezzo che avevate ora non è più nelle vostre tasche, perciò pensare di poterlo spendere per comprare un altro giornale sarebbe non solo impossibile ma anche abbastanza folle, se non truffaldino.

Sull’Internet invece succede una cosa molto meno controllabile. Esempio. Se io invio la fotografia di un mio amico sbronzo a questo mio amico sbronzo dicendogli che ora non posso più ricattarlo perché ha l’unica copia della foto, lui o mi ride in faccia o mi prende a pugni. In termini più tecnici: uno stesso bene virtuale può essere trasferito due o più volte, in quanto replicabile. E qui interviene la Blockchain: con essa il bene virtuale può essere trasformato in bene rivale, cioè singolare, e quindi non scambiabile più volte, e quindi diventa un bene valore.

Direte voi: ok ma se acquisto qualcosa su Amazon spendendo dei soldi non è che posso spendere quegli stessi soldi per comprare qualcosa su eBay. Vero, ma qui arriva il bello. Per quanto a ogni nostra operazione finanziaria online appaia un rassicurante lucchetto sulla barra degli indirizzi, l’http rimane un protocollo centralizzato, quindi (anche se molto difficilmente per i comuni umani) penetrabile. La Blockchain, al contrario, decentralizza le operazioni, assicurando a chiunque di poter visionare in qualunque momento il registro (anzi, registri, visto che si articola in centinaia di server in tutto il mondo) di tutte le operazioni effettuate sin dalla notte dei tempi. Per scardinare il sistema bisognerebbe attaccare contemporaneamente tutti i server, cosa impossibile per chiunque, tranne che per l’hacker più bravo di tutti. Sembra difficile da capire, ma è facile. Esempio (tratto da una storia vera):

500 d.C. Micronesia. Per la precisione, isola di Yap. Stanchi di dover trasportare le monete locali (enormi massi con un buco al centro, chiamati Rai non RAI), i microabitanti dell’isola di Yap in Micronesia inventano la Blockchain, o comunque una cosa che ci si avvicina molto. Forse troppo: anche il nome, “catena di blocchi”, ricorda molto i macrosoldi dei micronesiani. Tanto che potrebbe tranquillamente essere una storia inventata di sana pianta (nonostante sia documentata qui e ripresa qui da un altro sito) ma è comunque estremamente chiarificatrice per comprendere il funzionamento di questa tecnologia. Quindi proseguiamo.

Queste enormi macromonete dei microabitanti sono obiettivamente intrasportabili. Così il più pigro e intelligente di loro decide di istituire un registro Rai per ciascun abitante, su cui ognuno segnava le monete possedute. Ogni volta che veniva effettuata una transazione, tutti aggiornavano il proprio registro. In questo modo il sistema poteva prescindere da un’autorità centrale e autogestirsi: se io ti do una moneta la scalo dal mio registro e tu la segni sul tuo. Così è impossibile che qualcuno spenda la stessa pietra due volte e tutti hanno ben chiaro il numero di pietre posseduto da ciascuno.

Allo stesso modo funziona la Blockchain: un super insieme di super registri che a ogni operazione aggiorna il saldo di ogni partecipante alla catena, rendendo di fatto impossibile un attacco hacker.

Piccolo problema per le compagnie o aziende di fintech: eliminando la mediazione di un mediatore e non avendo alcunché da mediare, il costo delle operazione tende a zero, come ci spiega ancora Jeremy Allaire. Il modello di business di queste aziende perciò non si può basare sullo scambio di denaro: “La nostra convinzione – spiega Allaire – è che si svilupperanno molti altri servizi gratuiti come il nostro in giro per il mondo. Il nostro obiettivo è far crescere i nostri utenti: puntiamo a raggiungerne centinaia di milioni in tutto il mondo. Ma è previsto che non arrivi alcun reddito da Circle Pay”.

Il reddito, per quanto riguarda il caso specifico di Allaire, arriva da operazioni di trading di valute, criptovalute (in particolare BitCoin) e crypto asset, svolte dalla compagnia di Allaire utilizzando i circa 140 milioni raccolti in venture capital attraverso banche di investimenti come Goldman Sachs e la Ccic cinese. In futuro, conclude il ceo di Circle, “offriremo ai nostri clienti altri prodotti finanziari, come prestiti o investimenti, ovviamente sfruttando la tecnologia della Blockchain”.

Nek, Max e Renga, un palco per tre

Tre voci per un tour. Max Pezzali, Nek e Francesco Renga porteranno le loro canzoni in giro per l’Italia a partire dal prossimo 20 gennaio. Il nuovo progetto musicale è stato presentato oggi a Milano, in occasione del lancio del nuovo singolo di Max Pezzali, ‘Duri da battere‘, a cui Renga e Nek hanno prestato le loro voci. “Tu suonerai solo il basso”, dicono a Nek. “Per me va bene, mi metto in un angolino e faccio solo quello”. Scherzano, sono amici da tempo. E si vede. “La curiosità più grande per un fan sarà chiedersi: ma in mezzo alle voci meravigliose di Filippo e Francesco, Max come ne esce?” Questo è Pezzali, che rincara la dose: “La strategia è evidente, loro portano le donne e io penso al pubblico femminile”.

Tra le battute c’è anche lo spazio per un po’ di serietà: dopo oltre 75 anni di carriera in tre, hanno avuto “l’umiltà di non ritenerci già ‘arrivati’ e di ripartire con un progetto del tutto nuovo”. Dalla collaborazione per il singolo è nata l’idea di allargarsi dallo studio di produzione a un palco. “Ci siamo detti – racconta Filippo Neviani, in arte Nek – avendo quasi gli stessi anni di carriera, perché non entrare uno nei repertori dell’altro? Il desiderio di condividere il palco è stata la molla che ha fatto scattare questo progetto di featuring cogenerazionale”. Progetto che potrebbe non fermarsi al tour, visto che “tra una cosa e l’altra non escludiamo la possibilità di fare un album insieme”.

E quando qualcuno fa notare loro che le date di Sanremo (che si svolgerà dal 6 al 10 febbraio) sono compatibili con il programma del tour, lasciano la porta aperta anche a un’eventuale partecipazione al festival: “Abbiamo messo la palla in movimento – dice Pezzali – vedremo cosa succederà”. Mentre Nek è più esplicito chiedendosi tra le risate “chi non vorrebbe andare a Sanremo?”

Ciò che è certo è che il tour partirà il 20 gennaio da Bologna e che tra le date finora confermate spiccano le assenze di Roma e Milano. “Ma anche qui teniamo ovviamente la porta aperta e lasciamo fare all’organizzazione”, abbozzano i tre, spiegando che altre date potranno essere aggiunte più a ridosso del tour. “D’altronde San Siro è il patrono di Pavia”, e se lo dice Max il pavese. Gran parte della curiosità del pubblico è suscitata dalla chiave che i tre artisti troveranno per unire repertori non lontani tra loro ma sicuramente diversi. Renga conferma che ci sarà un direttore artistico, ma anche in questo caso non è ancora stato deciso a chi dei tre spetterà quel ruolo.

“Io da fan – ricorda Pezzali – impazzivo per il tour di Eros (Ramazzotti, ndr), Lorenzo (Jovanotti, ndr) e Pino (Daniele, ndr) del 1994. Ricordo l’entusiasmo che provavo e spero di riuscire a trasferire quell’emozione a tutto il nostro pubblico”. La volontà dei tre artisti è quella di creare “qualcosa di nuovo“, concetto che ritorna spesso durante la presentazione del tour-evento. “Dopo così tanti anni – dice Renga – è bello ringraziare i tuoi fan offrendo loro qualcosa di unico e irripetibile. Dopo un po’ il pubblico si stufa e ha bisogno di nuovi stimoli, esattamente come noi che stiamo sul palco”.

La novità più evidente del tour è che in quella occasione il nuovo singolo sarà cantato live per la prima volta. ‘Duri da battere’ è nata “da tutto ciò che la nostra specie ha dovuto affrontare nei millenni – spiega Pezzali – siamo una società evoluta quindi non dobbiamo pensare che i muri di adesso siano insormontabili. La tenacia è la cosa più importante che emerge dal pezzo. Occorre avere tenacia tutti i giorni, nella vita di coppia, in quella professionale”.

Un inno alla speranza e alla capacità di affrontare tutte le avversità. Il pezzo dice che per conseguire dei risultati, aggiunge Nek, “bisogna mettersi in gioco”. La speranza, conclude Renga, è “il carburante che ti dà la forza per combattere e andare avanti. Noi la speranza non l’abbiamo persa e non la perderemo mai”.

E allora attendiamo il tour, che probabilmente, su suggerimento di Cecchetto (agente di Max), potrebbe prendere il nome dal singolo Duri da battere, mentre secondo fonti del tutto inaffidabili sarà questo:

Eccoti, Lascia che io sia il tuo Angelo.

Dj Fabo, come si muore in Svizzera

«E se non ci riesco? Vorrà dire che tornerò a casa portando un po’ di yogurt, visto che qui in Svizzera è molto più buono». Dj Fabo ha scherzato prima di compiere l’ultimo gesto della sua vita, il più difficile, soprattutto in senso pratico: cieco e tetraplegico dal terribile incidente stradale del 2014, ha avuto paura di non riuscire a mordere il pulsante che avrebbe avviato l’iniezione letale. Ma non ha esitato neanche in quel momento, al termine del lungo viaggio che lo ha condotto su un letto dell’associazione elvetica Dignitas.
In Svizzera il suicidio assistito è regolato da alcune associazioni sfruttando l’articolo 115 del Codice Penale, secondo il quale il suicidio assistito non è punibile se non vi sono “motivi egoistici” né pressioni da parte di terzi. Per questo motivo la procedura è molto lunga e articolata.

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Logo dell’associazione Dignitas

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I fabbricatori di auto non sanno guidare

Appena giunto in auto a Torino, ciò che ha immediatamente attirato la mia attenzione non è stata la Mole, né la collina di Superga, che pure ho subito visitato, no. Il vero luccichio da cui mi sono fatto attrarre è la viabilità sabauda.

In principio fu la luce lampeggiante, un semaforo, a catturarmi: appeso a due cavi incrociati, penzolava sui tettucci delle auto che ignare sfrecciavano sotto di lui. Convinto di essermi imbattuto in un guasto, presto ho dovuto ricredermi: quello che credevo essere un inconveniente tecnico è in realtà la normalità per la città di Cavour. E così, guidando tra viali incorniciati da eleganti edifici, ho visto decine e decine di insettoni luminosi che incombevano su importanti crocevia cittadini.

Insettoni semaforici che sono interpretati dai torinesi in modo molto personale: verde-giallo-rosso non hanno un significato oggettivo, ma rispondono a una misteriosa gnoseologia cittadina. Continua a leggere “I fabbricatori di auto non sanno guidare”